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13 novembre 2011 XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) Pr 31,10-13.19-20.30-31 / Sal 127 / 1Ts 5,1-6 / Mt 25,14-30
Commento su Mt 25,14-30
COMMENTO ALLE LETTURE a cura di don Gianni Caliandro
* "Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobrii" (II lettura). Questa esortazione di Paolo ai cristiani di Tessalonica, che ascoltiamo nella liturgia odierna fa bene da commento alla parabola dei talenti che Gesù ha raccontato e che fa da terza lettura in questa penultima domenica dell'anno liturgico. Restare svegli, strappare al sonno la propria esistenza significa farla fruttare, lasciare che diventi un luogo in cui le energie vitali vengono moltiplicate, le responsabilità assunte fino in fondo contro ogni tentazione di paralisi, e la nostra volontà capace di "moltiplicare i frutti della provvidenza divina" (colletta). L'esortazione di Paolo è a vivere come figli della luce e del giorno, e non del buio notturno. A queste espressioni spesso diamo una interpretazione di tipo morale, in cui il giorno è il bene, e la notte è il peccato. Ma il contesto, e soprattutto i versetti che seguono immediatamente il brano che oggi leggi amo insieme nelle nostre assemblee eucaristiche, ci aiuta a capire che l'invito di Paolo ai suoi fratelli e alle sue sorelle non riguarda prima di tutto la vita morale, ma quella teologale: la loro fede, il loro amore, la capacità di sperare (cf. il v. 8). Si tratta di avere una fede sveglia, che cresca insieme ad una carità operosa e una speranza capace di radicarsi in Dio. I talenti da far crescere, allora, sono innanzitutto la nostra fede, insieme alla nostra carità e alla nostra speranza. Per vivere da svegli occorre saper custodire la fede, la carità e la speranza. * La parabola dei talenti ci insegna che esse non sono realtà statiche, date una volta per tutte, che possono essere nascoste sottoterra: "per paura andai a nascondere il talento sotterra: ecco qui il tuo" (III lettura). Esse sono dono di Dio, come quei talenti dati ai servi sono del padrone, eppure la parabola dice che quei soldi sono nelle mani dei servi, affidati a loro e alla loro responsabilità. Il dinamismo di questi grandi doni è dunque quello che sappiamo imprimergli noi con le nostre mani, proprio come si dice nell'elogio della donna che oggi ascoltiamo: "Si procura lana e lino, e li lavora volentieri con le mani" (I lettura). Lavorare volentieri la fede, la speranza e la carità! Ma che cosa vuol dire? Che essi tra le nostre mani possono crescere, e il dono fatto a noi in germe sin dal giorno del nostro battesimo può germogliare e diventare una pianta rigogliosa se noi lo sappiamo custodire. La nostra opera è dunque quella di non far morire dentro di noi la fiducia, la speranza e l'amore, perché essi sono doni di Dio talenti suoi affidati alle nostre mani. Continuare a viverli "volentieri", con gioia e gusto, cioè, senza appesantimenti, o rassegnazione. Non è raro, nella vicenda esistenziale di ciascuno di noi, che le sofferenze e le contraddizioni che ci creano frustrazioni ci inducano a non avere più fiducia in niente e in nessuno, a non sperare guardando verso il futuro e anzi avendone paura, a non credere più all'amore come al senso della nostra esistenza e di quella del mondo intero. Davvero come quella donna saggia e feconda dobbiamo metter mano a far lievitare questi doni, senza lasciarli soffocare dal cinismo o dalla disperazione. Camminare nella vita continuando a rimanere aperti e fiduciosi, lieti del domani, capaci di far passare l'amore tra di noi, è il vero modo di trafficare i talenti che ci ha dato Dio. * I talenti che sono la fede, la speranza e la carità ci sono dati perché diventino la via per una comunione di vita con Dio. Gesù così conclude i primi due dialoghi, quelli con i servi che nella sua storia han saputo usare bene i propri talenti: "prendi parte alla gioia del tuo padrone". Prendere parte a ciò che è del padrone, alla sua gioia, alla sua vita intima. La fede, così come la carità e la speranza, sono il nome del legame tra l'uomo e Dio, sono un abbraccio, un flusso che passa attraverso la relazione, l'incontro. Ecco perché esse sono un dono, sia in relazione alla loro origine, che è l'amore di Dio, sia in relazione a come ci pervengono, e cioè attraverso un incontro, non mentre siamo da soli. In queste ultime domeniche dell'anno lo sguardo è portato dalla liturgia domenicale verso le realtà ultime, l'incontro definitivo di ciascuno con Dio. E proprio così, come un dinamismo straordinario e infinitamente fecondo, noi cristiani dobbiamo pensare la vita eterna: una vita che sgorga continuamente come un miracolo infinito, in cui le avventure dell'amore e dell'incontro si moltiplicano all'infinito, e il gesto del dono si estende come una sorgente feconda in distese sconfinate. Lì ad essere dinamica non sarà più la nostra intraprendenza umana, che la responsabilità di ognuno rende nei giorni terreni laboriosa ed impegnata come quella della donna perfetta della I lettura, ma il talento divino della misericordia, che si moltiplica per la sua stessa infinita ricchezza, in quell'abisso senza fine dell'amore di cui non riusciremo mai a toccare il fondo, vivendo in esso e di esso per sempre. Gratis.
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